L'altra faccia del convertito Il rinnegato
FRANCO CARDINI
Non c'è nessuno, in una comunità religiosa, più ammirevole e prezioso d'un convertito: uno che ha saputo da solo trovare la luce, magari con suo grave rischio, e che è un esempio per tutti. Non c'è nessuno, al contrario, più spregevole di un rinnegato, un apostata:
uno che ha gettato la vera fede alle ortiche, magari per tornaconto personale, o per un odioso senso di superbia che lo faceva sentir sottostimato da parte dei suoi, o per vanità, o per viltà. Nel mondo medievale, i due personaggi più disprezzati dopo il traditore Giuda erano l'imperatore Giuliano, detto «l'Apostata», e il profeta Muhammad, a proposito del quale era diffusa la leggenda che lo voleva prelato cristiano creatore d'una nuova religione per vendicarsi di non essere stato fatto papa. Convertiti e rinnegati stanno agli antipodi, sono due modelli opposti, si dice. Il buffo è che le due dimensioni convivono sempre e regolarmente nella stessa persona. L'apostasia è il rovescio della medaglia della conversione:
non v'è convertito - oggetto d'onore per la comunità che lo accoglie - che non sia anche un rinnegato, spregevole per quella dalla quale si è allontanato. Unica eccezione le conversioni forzate, che generano diffidenza tra i nuovi compagni di fede e pietà fra i vecchi. La globalizzazione ha attivato, dal Cinquecento ad oggi, una rapida sequenza di conversioni al cristianesimo, per molti motivi: il mischiarsi delle culture, l'esistenza di istituzioni deputate al convertire (come i missionari cristiani eccetera). Il proselitismo cristiano è tuttavia un'eccezione all'interno della famiglia abramitica: né ebrei, né musulmani fanno di solito apostolato, anzi convertirsi all'ebraismo è difficile in quanto la comunità sottopone il candidato a una serie di prove alquanto ardue; i musulmani sono un po' meno esigenti e, secondo il loro diritto tradizionale, nelle terre da essi sottomesse si accontentano che ebrei e cristiani ammettano la superiorità dell'Islam e paghino un tributo. Ritenendosi la terza e quindi la più giovane, ma perciò stesso anche la più perfetta tra le religioni rivelate, l'Islam non ammette l'apostasia: chi ha ricevuto appieno la Verità non può tornarne a preferire una versione imperfetta. Ma la severità con la quale si condanna il rinnegato alla pena capitale (per quanto essa poi sovente non venga eseguita) è in linea concettuale comprensibile in quanto la fede musulmana si è affermata dal VII secolo in poi in territori nei quali essa non era l'esclusiva, neppur quand'era prevalente. I cristiani non hanno avuto fino a tempi molto recenti granché problemi di conversione nei loro paesi, in quanto all'interno di essi (con alcune eccezioni: la Sicilia normanno-sveva, la Spagna tra XI e XV secolo, qualche ristretta area dei Balcani, della Crimea e delle isole dell'Egeo) non esistevano comunità musulmane. Ma, contro le conversioni all'ebraismo - dal momento che v'erano comunità ebraiche disseminate -, sono state sempre elaborate difese giuridiche molto dure. E, dal momento che la compattezza religiosa è in uno stato una delle garanzie di stabilità, quando si è potuto si sono costrette le comunità differenti ad andarsene: così fecero tra XV e XVI secolo gli spagnoli, cristiani, contro «mori» e «giudei»; così fecero addirittura i principi cattolici e protestanti nella seconda metà del Cinquecento, quando grazie al principio del cuius regio, eius religio tutti i sudditi di una regione erano costretti a seguire la religione del principe o a emigrare. Per avere aree di rapide e numerose conversioni, bisogna rivolgersi alle regioni del mondo nelle quali l'incontro e lo scambio sono più intense e comuni e le differenti comunità hanno maggior probabilità d'incontrarsi e di
confrontarsi: il nostro Mediterraneo ad esempio, teatro di conversioni continue. Lasciamo perdere quelle obbligate, estorte sotto la minaccia di morte, che cristiani e musulmani hanno spesso praticato, ma le loro rispettive religioni sempre e rigorosamente vietato. Resta il fluido mondo dei convertiti-rinnegati, ch'è stato ben studiato negli ultimi anni da storici che vanno da Sholomo D.
Goitein a Jean-Claude Schmitt, da Bartolomé Bennassar a Lucetta Scaraffia i quali ne hanno esaminato dinamiche, circostanze, contesti. Relativamente pochi, nel tempo, i convertiti al cristianesimo dalle altre due religioni abramitiche. Quella cristiana è la fede delle conversioni continuate e massicce: i nuovi fedeli giungono però, di solito, dal mondo idolatrico e dalle aree coloniali. Con ebrei e musulmani i missionari cristiani avevano di solito la vita dura: sia perché trovavano, tra gli interlocutori, gente molto spesso ben preparata (o comunque più preparata di loro), sia perché la struttura della fede cristiana è per molti aspetti più complessa di quella delle altre due (si pensi soltanto al tema della Trinità), sia infine perché in terra d'Islam la predicazione cristiana era vietata e le comunità ebraiche erano invece ristrette ma molto coese al loro interno. Diverso il caso delle conversioni cristiane (escluse, come s'è detto, quelle dettate dalla paura o dal
tornaconto): e quelle all'Islam erano più frequenti perché i cristiani non avevano neppure l'impressione di rinnegare Gesù, che per i musulmani è un grande profeta. Abbiamo tuttavia, specie nella penisola iberica, molti casi di ebrei o di musulmani che volontariamente si convertivano al cristianesimo e che di solito finivano nell'Ordine francescano o domenicano: qualcuno diveniva inquisitore o trattatista, e mostrava un astio ferocissimo contro la sua vecchia fede. Sembra che ciò sia tipico dei convertiti, anche in politica. Molto più frequenti le vicende dei cristiani convertiti
all'Islam: anche data la natura egalitaria della società musulmana rispetto alle stratificazioni di quella cristiana. Fra Cinque e Settecento, una quantità di pastori albanesi e di pescatori calabresi, convertiti all'Islam, sono stati investiti d'importanti cariche di governo, cosa che nel mondo cristiano sarebbe sembrata incomprensibile oltre che impossibile: sono noti casi come quelli del calabrese Luca, o meglio Giovanni, Galieni, divenuto il terribile ammiraglio-corsaro Uluj-Ali («Occhiali»). Meno noti i tanti come una coppia di rinnegati, veneziano lui fiorentina lei, che un gruppo di pellegrini di Firenze incontrarono al Cairo nel
1384: lui era diventato «gran turcimanno», traduttore-capo del sultano, ma era rimasto cristiano nell'intimo e chiese ai suoi occasionali amici di far celebrare qualche messa in suffragio del suo defunto padre. Il permanere segreto della vecchia fede era un altro tratto tipico dei rinnegati, al pari dell'odio ostentato nei suoi confronti (altre due facce della medesima medaglia?). Meno folta, ma in cambio forse più raffinata e tormentata, la vicenda dei passaggi dal cristianesimo all'ebraismo o viceversa: a parte, dicevamo, le conversioni obbligate. Ma i convertiti a forza, come i cristianos nuevos in Spagna, erano guardati di continuo con sospetto. Sono rimasti comunque celebri alcuni casi, come quello del vescovo di Bari del secolo XI fattosi ebreo con il nome di Obadia.
Oppure, sull'opposto versante, la lunga e complessa storia della conversione dell'ebreo Giuda di Colonia, nel XII secolo, divenuto cristiano col nome di Ermanno e sacerdote, che ha affidato la sua singolare esperienza in una delle prime autobiografie redatte nel mondo medievale. Ma su Giuda-Ermanno grava una pesante riserva: è mai davvero esistito, o il suo scritto autobiografico è opera propagantistica di alcuni chierici cristiani?
31/03/2006 La Gazzetta del Mezzogiorno